destra per superarlo.

Paolo spinge con le gambe in avanti e si tiene al bracciolo tra

me e lui. Poi rientro a sinistra e lo tranquillizzo.

"Tutto a posto. In America non potevo mai farlo, ti controllano

al millimetro."

"E invece sei tornato apposta per sbizzarrirti con la mia

macchina,

vero?"

"Mamma come sta?"

"Bene."

"Che vuol dire bene?"

"E allora che vuol dire come sta?"

"Quanto la fai difficile. È tranquilla? Sta con qualcuno? Tu la

senti? Si vede e si sente con papà?"

Non riesco a fargli quell'ultima domanda: ha chiesto di me?

"Mi ha chiesto spesso di te." È l'unica alla quale risponde:

"Voleva

sapere se ti sentivo da New York, come andava il corso eccetera

eccetera".

"E tu?"

"E io le ho detto quel poco che sapevo. Che il corso andava bene,

che stranamente non avevi ancora fatto a botte con nessuno e

poi mi sono inventato un po' di cose."

"Tipo?"

"Che stavi da due mesi con una ragazza, italiana però. Se avessi

detto americana si sarebbe capito subito che era falso, non vi

sareste

capiti."

"Ah, ah. Avvisami quando si ride. Anche questa è una 'sbattuta'?"

"Poi gli ho detto che ti divertivi, la sera uscivi spesso, niente

droga però, ma un sacco di amici. Insomma, che non avevi

intenzione

di tornare e che comunque stavi bene. Come sono andato?"

"Più o meno."

"Cioè?"

"Sono stato con due americane e ci siamo capiti benissimo."

Non fa in tempo a ridere, scalo ed esco tagliando a destra. Giù

dalla tangenziale, in curva do gas, le ruote stridono, una

macchina

vecchia suona alle mie spalle, continuo la curva come se niente

fosse

ed entro sul raccordo. Paolo si risistema sul sedile. Si tira giù

la

giacca. Poi tenta di dire la sua.

"Non hai messo la freccia."

"Già." Guido per un po' in silenzio. Paolo guarda spesso fuori,

poi di nuovo verso di me cercando di attirare la mia attenzione.

Che ce?

"Com'è finita la storia del processo?"

"Sono stato graziato."

"Cioè?" mi guarda incuriosito. Mi giro e sostengo per un po'

il suo sguardo. Resta in silenzio. Mi guarda tranquillo. Sereno.

Non

credo che menta. Oppure è un attore formidabile. Paolo è un buon

fratello, ma tra i suoi ipotetici pregi non si rintraccia il

formidabile.

Riguardo la strada.

"Niente, sono stato graziato, punto e basta."

"Cioè, spiegami meglio."

"Tu che non sai di queste cose? Hai presente quei condoni per

le tasse o per l'edilizia che vengono fatti apposta quando si va a

qualche elezione? Ecco, questo è uno di quei casi lì, i reati come

il

mio vengono dimenticati e ci si ricorda invece di un presidente. "

Sorride.

"Sai, è un sacco di tempo che mi chiedo perché hai menato

quello che abitava di fronte a noi. "

"E sei riuscito a sopravvivere a questo incredibile

interrogativo?"

"Sì, ho avuto anche altro da fare."

"In America non dureresti un giorno. Non hai tempo per farti

domande."

"Ma siccome stavo a Roma tra un cappuccino e un aperitivo,

ci ho pensato. E sono arrivato anche a una conclusione."

"Che meraviglia! E cioè?"

"Che il nostro vicino infastidiva in qualche modo mamma,

apprezzamenti

pesanti e una battuta di troppo. Tu, non so come, lo

sei venuto a sapere e patapuff, l'hai mandato all'ospedale..."

Rimango in silenzio. Paolo mi fissa. Vorrei evitare il suo

sguardo.

"Però c'è una cosa che non capisco, che mi sfugge... Ma scusa,

mamma era al processo e non ha detto niente, non ha raccontato

cosa era successo, cosa le poteva aver detto quel tipo o insomma

perché tu avevi reagito così. Se solo avesse parlato, il giudice,

magari,

poteva capire."

Paolo. Cosa sa veramente Paolo. Lo guardo per un attimo, poi

ritorno a guardare la strada. Linee bianche per terra, una dopo

l'altra,

tranquille sotto la Audi 4. Una dopo l'altra, a volte leggermente

sbafate. Il rumore della strada. Batum, batum, la Audi 4, morbida,

si alza e si abbassa a ogni piccolo dosso. Le giunture dei pezzi

di

quella strada si sentono tutte, ma non danno fastidio. È giusto

dire

la verità? Far conoscere sotto una luce diversa una persona a

un'altra. Paolo ama mamma così com'è. La ama come crede che

sia. O come vuole credere che sia.

"Paolo, ma perché me lo chiedi?"


"Ma così, per sapere..."

"Non ti tornano i conti, vero?"

"Be' sì, insomma."

"E per un commercialista come te è un incubo."

Giovanni Ambrosini era il nome del nostro vicino, l'ho scoperto

solo al processo. Anzi no, il cognome prima. Quando ho suonato

alla sua porta era scritto sul campanello. E venuto ad aprire in

boxer.

Quando mi ha visto ha chiuso al volo la porta. Io ero entrato solo

per parlare. Per chiedergli educatamente di abbassare la musica.

Poi

un tuffo al cuore. Nello spiraglio della porta, incorniciato da

quello

stipite il suo volto. Quello sguardo che ci ha unito e diviso per

sempre.

Non lo dimenticherò mai. Nuda come non l'avevo mai vista, bella

come l'ho sempre amata... Mia mamma. Tra le lenzuola di un altro.

Non ricordo altro se non quella sigaretta che aveva in bocca. E

il suo sguardo. Come la voglia di consumare qualcos'altro dopo

lui,

quella sigaretta e infine... Me. Guarda, figlio mio... questa è la

realtà,

questa è la vita. Ancora mi bruciano le guance del cuore. E poi

Giovanni

Ambrosini. L'ho tirato fuori da casa sua, per i capelli. È finito

a terra. Gli ho fracassato due zigomi con un calcio dietro la

nuca. Si

è infilato tra la ringhiera delle scale, e ho continuato a

colpirlo con il

tacco sull'orecchio destro, sulla faccia, tra le costole, sulle

dita delle

mani, fino a spappolargliele. Su quelle mani che l'avevano

toccata.

E... Basta. Basta. Basta per favore. Non ce la faccio più. Quei

ricordi

che non ti abbandonano mai. Mai. Guardo Paolo. Un respiro lungo.


Calma. Più lungo. Calma e bugie.

"Mi dispiace, Paolo, ma a volte i conti non tornano. Quello lì mi

stava sul cazzo, tutto qua. Mamma non c'entra niente, figurati."

Sembra soddisfatto. Gli fa piacere sentire questa versione.

Guarda fuori dal finestrino.

"Ah, non ti ho detto una cosa."

Lo guardo preoccupato.

"Che cosa?"

"Ho cambiato casa. Sto sempre alla Farnesina, ma ho preso un

attico."

Finalmente una notizia tranquilla. "Bello?"

"Fortissimo. Lo devi vedere. Stanotte dormi da me tanto, no?

Il numero di telefono è rimasto lo stesso. Sono riuscito a farmelo

ridare da un amico alla Telecom."

Sorride soddisfatto di quel suo piccolo potere. Cavoli, non ci

avevo pensato! Meno male che ha mantenuto lo stesso numero. È

quello che ho messo sul mio biglietto da visita. Quello che ho

dato

alla hostess. A Eva, la gnocca. Sorrido tra me. Corso Francia,

Vigna

Stelluti, su verso piazza Giochi Delfici. Passo davanti via

Colajanni, la traversa che porta a piazza Jacini. Un motorino si

ferma

improvvisamente allo stop. Una ragazza. Oddio. Lei. Capelli biondo

cenere, lunghi, sotto il casco. Porta anche un cappellino con la

visiera. Ha l'i-pod azzurro e un giubbotto sul celeste proprio

come

i suoi occhi. Sì, sembra proprio lei... Rallento. Balla con la

testa

a tempo di musica e sorride. Mi fermo. Lei parte. La lascio

passare.

Gira allegra davanti alla nostra macchina. Mi dice grazie solo

con le labbra... Il mio cuore ora rallenta. No, non è lei. Ma un

ricordo mi assale. Come quando stai in acqua, in mare, di mattina

presto, fa freddo. Qualcuno ti chiama. Ti giri, lo saluti... Ma

quando

ti volti, per riprendere a camminare, arriva un'onda improvvisa.

E allora senza volerlo mi ritrovo lì, naufrago da qualche parte,

in qualche giorno di appena due anni fa. È notte. I suoi sono

fuori.

Mi ha telefonato. Mi ha detto di andarla a trovare. Salgo le

scale.

La porta è aperta. L'ha lasciata accostata. La apro lentamente.

"Babi... Ci sei? Babi..."

Non sento niente. Chiudo la porta. Cammino per il corridoio.

In punta di piedi verso le camere da letto. Una musica leggera

arriva

dalla camera dei suoi genitori. Strano, aveva detto che erano al

Circeo. Dalla porta semichiusa si intravede una luce fioca. Mi

avvicino.

Apro la porta. Vicino alla finestra improvvisamente appare lei.

Babi. Ha addosso i vestiti della madre, una camicetta di seta

leggera

color sabbia, trasparente e sbottonata. Sotto si intravede un

reggiseno

color crema. Poi una gonna lunga con dei disegni sul cachemire.

Ha i capelli tirati su tutti intrecciati. Sembra più grande, vuole

essere più grande. Sorride. Ha in mano un flûte pieno di

champagne.

Ora ne sta versando uno per me. Poggia la bottiglia dentro

un secchiello pieno di ghiaccio, posato sul comodino. Intorno ci

sono

delle candele e un profumo di rose selvagge che piano piano ci

avvolge. Poggia un piede su una sedia. La gonna apre il suo

spacco,

cade di lato, scoprendo uno stivaletto, e la sua gamba, coperta

da una calza leggera, in microrete color miele, autoreggente. Babi

mi aspetta con i due flûte in mano e i suoi occhi improvvisamente

cambiano. Come se fosse cresciuta all'improvviso.

"Prendimi, come se fossi lei... Lei che non ti vuole, lei che ogni

giorno mi sfinisce cercando di dividerci..." Mi passa il

bicchiere.

Lo bevo tutto di un sorso. È freddo, è buono, è perfetto. Poi le

do un bacio intenso come il desiderio che provo. Le nostre lingue

sanno di champagne, addormentate, perse, ubriache,

anestetizzate...

Improvvisamente si svegliano. Le passo la mano tra i capelli

e rimango prigioniero di ciocche strette, di capelli lavorati. Le

tengo

la testa così, persa tra le mie mani, mia, perdutamente mia...

mentre un suo bacio diventa più avido. Del tutto padrona nella

mia bocca, sembra che voglia entrarmi dentro, divorarmi, arrivare

al mio cuore. Ma che fai? Ferma. È già tuo. Poi Babi si stacca

e mi guarda. Sembra sul serio sua madre. E mi fa paura l'intensità

che avverto, che non avevo mai visto. Allora mi prende una mano,

si alza un po' la gonna di lato e me la infila. Poi mi guida su,

più su... lungo le gambe insieme a lei. Abbandona la testa

all'indietro.

A occhi chiusi. Un suo sorriso. Nascosto. Un suo sospiro,

forte e chiaro. La mia mano, la porta ancora più su. Senza fretta,

sulle sue mutandine. Eccole. Le sposta leggermente e mi perdo

con le dita nel suo piacere. Babi ora sospira più forte. Mi apre i

pantaloni e me li tira giù veloce, avida anche qui, come non mai.

E dolcemente lo trova. Si ferma. Mi guarda negli occhi. E sorride.

Mi lecca la bocca. Mi morde. Ha fame. Ha fame di me. Si appoggia,

mi spinge, tiene la sua fronte contro la mia, sorride, sospira,

comincia a muoversi con la mano su e giù, perdendosi affamata

nei miei occhi e io nei suoi... Poi si sfila le mutandine, mi

dà un ultimo bacio leggero e mi fa una carezza con la mano sotto

il mento. Si mette sul letto a quattro zampe, si scopre da dietro

alzandosi

la gonna. Se la poggia sulla schiena e si gira verso di me.

"Step, ti prego, prendimi con forza, come se io fossi mia madre,

fammi male... Ti prego, ti giuro, ne ho voglia."